giovedì 22 novembre 2018

ARTISTI DEL VENTO arte giapponese del XXI secolo, VI esposizione ”Kaze no Kai 2018”

Nuovo viaggio tempera su pannello di cotone 91x73cm
Un’interessante mostra di pittura ribadisce gli stretti sentimenti di amicizia, rispetto e ammirazione che intercorrono tra Italia e Giappone. È risaputo che gli italiani apprezzanla cultura giapponese e tutte le manifestazioni artistiche e artigianali  che l’accompagnanoinvece non è diffusa la conoscenza di quanto grande è l’ammirazione che i giapponesi nutrono per l’Italia e in particolare per Firenze e il nostro Rinascimento. A dimostrarlo hanno contribuito le frequentatissime mostre di scambio che si sono succedute in questi ultimi anni e in particolare le numerose mostre di artisti giapponesi in Italia. L’ultima inaugurata a Firenze l’8 novembre 2018 con il titolo “ARTISTI DEL VENTO, arte giapponese del XXI secoloVI esposizione Kaze no Kai 2018” ne è un ulteriore prova. A confermarlo è sufficiente anche quanto dice Miho Sasage presidente del The Setsuryosha Museum of Art Foundation nel discorso inaugurale della mostra. “Poter organizzare la nostra mostra a Firenze città dell’arte per eccellenza, nella sala dell’Accademia delle Arti del Disegno luogo di importanza storica ineguagliabile, ci riempie di gioia e di orgoglio.  
Siamo lieti di aver raggiunto quest’anno la 20esima edizione del concorso Setsuryosha-Firenze. L’idea di istituire il concorso nacque nel 1999 dalla profonda impressione e meraviglia che Sasage Kenichi, fondatore del museo Setsuryosha nel 1993, provò durante il suo soggiorno fiorentino. 
Per celebrare questo traguardo è stata organizzata la mostra Kaze no Kai 2018” dove si trovano esposte le opere dei vincitori di tutte le edizioni di questi passati vent’anni. La possibilità di avere esposti i propri lavori a Firenze, la città dell’arte, e il fatto che tutti voi possiate vederli, oltre ad essere per gli artisti partecipanti una grande gioia, è senzaltro anche un’occasione di crescita professionale e personale.  

Stormo di uccelli, inchiostro su carta di lino
Speriamo sinceramente che la mostra possa essere non solo un’occasione di scambio culturale per rafforzare il legame fra la Fondazione Setsuryosha e l’Accademia di Firenze, ma possa contribuire allo sviluppo della cultura e dell’arte dei nostri paesi. 
La mostra “Artisti del vento” dimostra quindi fondatezza, affermazione e successo dell’idea di Sasage Kenichi che pensò all'utilità, per i giovani artisti giapponesi, di studiare e di vivere personalmente le meraviglie artistiche di Firenze. Le 59 opere esposte mostrano la ricerca di 59 giovani studenti interessati ad elaborare e proporre, in attesa di una loro definitiva maturazione, le numerose e variegate possibilità espressive di cui la rappresentazione pittorica permette di disporre. Così si incontrano opere con le inesauribili risorse dell’espressione figurativa legata al vero o combinata con aspetti connessi con le profondità oniriche e fantasiose del simbolismo, gli echi dell’informale e dell’astratto e opere costruite con grande fantasia: tutte rivelano profonda consapevolezza, serietà di ricerca e conoscenza di quanto è avvenuto ed avviene tuttora di nuovo nelle tendenze pittoriche a livello internazionale.
Graziella Guidotti, Patrizia Casini

giovedì 15 novembre 2018

MAO JIANHUA E LE MONTAGNE GIALLE DELLA CINA


Nella Sala della Musica della Fondazione Franco Zeffirelli in piazza San Firenze dal 7 al 30 novembre 2018 si potrà visitare la mostra del pittore, filosofo e poeta cinese MAO JIANHUA, dal titolo “Mountains. Secret Harmony of the Earth”.


L’esposizione presenta una selezione di 25 opere eseguite con pennello e inchiostro su carta di riso fatta a mano, di varie dimensioni, dai fogli di piccolo formato a rotoli di più grandi dimensioni, uno dei quali raggiunge ben undici metri di larghezza. Attraverso queste opere così imponenti e al contempo intimiste, Mao Jianhua dà forma alla segreta armonia della terra, alla musica delle montagne sacre, al suono primordiale dell’universo che nella tradizione cinese risuona attraverso il GUQIN,

Questo strumento che proviene dalla millenaria tradizione cinese molto popolare al tempo di Confucio (551-479 a.C.) è una sorta di cetra (il significato letterale del termine guqin è “antico strumento a corda”), denso di significati cosmologici e metafisici strettamente legati al Taoismo.
Non si tratta della semplice rappresentazione “realistica” del vero e della natura, bensì l’artista, attraverso forme stilizzate, intende esprimere la musica della natura, la sua vibrazione, proprio come un suonatore di guqin; è in tal senso che in questa mostra musica e pittura dialogano all'unisono, anzi per l’artista sono la stessa cosa. Se la musica del guqin rappresenta la natura con il suono, la pittura lo fa sotto forma d’immagini, attraverso linee e colori.

Interessante la vita dell’artista che inizialmente intraprende la carriera di imprenditore e successivamente dando una svolta alla propria esistenza avvia una profonda ricerca dei fondamenti culturali e spirituali della tradizione cinese.
Dedito fin da giovanissimo alla nobile arte della calligrafia, Mao Jianhua ha iniziato a dipingere dodici anni fa, partendo da uno studio approfondito dei “classici” della pittura Shan shui (montagna-acqua), imperniata sulla raffigurazione del paesaggio e che ebbe la sua piena fioritura sotto la dinastia Song del Nord (dal 960 al 1127).
Sarà la natura ispiratrice delle montagne gialle che gli farà trovare la sua strada artistica personale portandolo alla pittura Shan shui, curandone con dedizione ogni aspetto, dal supporto (la carta), agli strumenti (i pennelli), alla gamma cromatica (gli inchiostri).
L’artista utilizza prevalentemente inchiostro nero su fondo bianco: la tecnica severamente minimalista, procede per pennellate decise che spaziano dal nero più cupo alle più tenui sfumature di grigio talvolta interrotte da inaspettate tinte pastello, su carta Xuan, nota come carta di riso cinese; in realtà si ottiene dalla corteccia dell’albero del sandalo e fin da tempi remoti, per le sue particolari caratteristiche, è stata usata per scrivere e per dipingere.

“La vera opera d’arte, non importa se pittura o scultura” - spiega l’artista Mao Jianhua - “deve essere un’espressione della libertà della vita. Dietro a ogni opera d’arte c’è un messaggio di armonia interiore e di senso di pace, che si trasmette all’osservatore. Ogni dipinto dispiega sulla carta la vita con la sua immagine, ritmo e colore”.
La mostra è a cura di Cristina Acidini, promossa dalla Fondazione Franco Zeffirelli, con il patrocinio del Comune di Firenze e del Consiglio Regionale della Toscana, con la collaborazione dell’Associazione culturale Acontemporaryart.
Patrizia Casini

ORARI MOSTRA
La mostra sarà visitabile dal 7 al 30 novembre 2018 con i seguenti orari:
Da martedì a domenica: dalle ore 10.00 alle ore 18.00
(chiusura biglietteria ore 17.00)
Lunedì chiuso
Ingresso libero con il biglietto del Museo Zeffirelli
FONDAZIONE FRANCO ZEFFIRELLI

lunedì 22 ottobre 2018

MIROGRAFIA

Segni misteriosi, quasi geroglifici indecifrabili, che Raymond Quenau definì in maniera più che calzante “Miroglifici.
Si esprime con questo personalissimo linguaggio l’artisticcatalano Mirò (1893-196 ) non ponendosi fin dall'inizio, giovanissimo, con la sua ricerca artistica in condizioni imitative ma piuttosto interpretative del veroLe opere grafiche che esaltano la potenza espressiva di decisi segni impenetrabili, nati da un gesto sicuro, quasi istintivo, si possono ammirare a Firenze, alla Fornaciai Art Gallery  in Borgo San Jacopo 53r, dal 19 ottobre all’11 dicembre 2018 nella mostra MIROGRAFIA, a cura di Stefano Masi.

Risultano esposte ventidue opere grafiche, fra le più rappresentative dell’opera di Mirò (1961-1976)provenienti da una collezione privata e, in buona parte presentate al pubblico per la prima volta. Mirò si è dedicato alla grafica “dalla fine degli anni Trenta, quando già aveva maturato appieno la propria inconfondibile cifra stilistica, trovando nella litografia e nell'incisione un mezzo perfetto per dare vita ai suoi mondi fantastici, permeati di poetico lirismo”.
Introdotto alle tecniche dell’incisione dal pittore cubista di origine polacca Louis Marcoussis negli anni Trenta, Mirò si impegnò per tutta la vita nella ricerca dei mezzi più adatti a far risaltare le sue “invenzioni”, esito di un lucido abbandono alla propria ispirazione, con la scelta delle carte più adatte e raffinate e con l’applicazione delle più svariate tecniche di stampa senza perdere occasione per accrescere le sue  conoscenze. 
Il 1967 segnò una svolta nella sua produzione grafica, quando fu introdotto dall'amico Robert Dutrou alla tecnica del carborundum che, messa a punto dal pittore e incisore franco-americano Henri Bernard Goetz, prevede l’aggiunta del carbonato di silicio, detto appunto carborundum, alla lastra di incisione al fine di creare una superficie ruvida e granulosa (in mostra L’Astre du labyrinthe, uno dei primissimi esempi dell’uso di questa tecnica). Combinando il carborundum con altri metodi calcografici, appresi nel corso della propria carriera artistica, fra cui in particolare la più tradizionale acquatinta, Miró forgiò “immagini capaci di rivaleggiare con ogni tipo di pittura”. 
Graziella Guidotti Patrizia Casini

sabato 20 ottobre 2018

LUCIA MEONI UNA GRANDE STUDIOSA CHE TUTTO IL MONDO AMMIRA


È la grande saga dell’arazzeria medicea, messa in scena da una grande studiosa che tutto il mondo ammira” Così Eike Schmidt, direttore delle Gallerie degli Uffizi, a proposito di Lucia Meoni in occasione della pubblicazione del volume “Il catalogo degli arazzi della collezione medicea al tempo del granduca Ferdinando II de’ Medici”. La studiosa ha passato più di trent'anni nello studio dell’arazzeria fiorentina e degli arazzi della collezione medicea. Una collezione ricca di numerosi pezzi, quasi mille, che provengono dalle ‘botteghe’ locali, manufatti per la corte e per la clientela privata, ma anche da acquisizioni attraverso eredità, matrimoni, doni e acquisti.

Il primo volume, pubblicato nel 1998, è dedicato alla produzione della manifattura fiorentina nel periodo che va da Cosimo I a Cosimo II (1545-1601), il secondo, pubblicato nel 2007, riguarda le opere tessute durante la reggenza delle granduchesse Cristina di Lorena e Maria Maddalena D’Austria.

I saggi presentati nel III volume, il più vasto fin’ora del catalogo, raccolgono in modo rigorosamente documentato ogni informazione riguardante l’attività delle manifatture di arazzi operative in città al tempo del Granduca Ferdinando II de’ Medici: da quelle di San Marco e degli Uffizi a quella dei fiamminghi Pietro e Bernardino van Assel negli anni in cui fu diretta dal francese Pietro Févère e in seguito da Giovanni Pollastri (1630-1672).

“Non ci si può non stupire – scrive Eike Schmidt, direttore delle Gallerie degli Uffizi, nel suo testo nel volume appena pubblicato del Catalogo - davanti a un’impresa di così ampio respiro. Un monumento per chiunque – conservatori, restauratori, studiosi – si dedichi alla valorizzazione delle opere destinandole ad esposizioni. Uno strumento imprescindibile – attraverso le descrizioni riportate nei documenti – per riconoscere, in collezioni pubbliche o private o nel mercato dell’arte, arazzi ritenuti dispersi, o destinati alla clientela della manifattura, oppure oggetto di donativi diplomatici. Un libro meraviglioso anche per il pubblico più vasto che potrà imparare a riconoscere e ad amare in queste pagine il fasto di storie disegnate da grandi artisti, e poi tessute sapientemente, impreziosite di fili d’oro e d’argento, talvolta perdute e ritrovate: è la grande saga dell’arazzeria medicea, messa in scena da una grande studiosa che tutto il mondo ammira”.

Ci piace chiudere questo scritto con la stessa frase con la quale è stato incominciato: vuole essere un riconoscimento alla intelligente tenacia dell’autrice Lucia Meoni e un augurio perché i volumi IV e V possano essere pubblicati quanto prima per mettere a disposizione di tutti conoscenze maturate in decenni di studio e impegnativa, faticosa ricerca.
Patrizia Casini, Graziella Guidotti

martedì 16 ottobre 2018

SAURO CAVALLINI LUCE E OMBRA


“I gelsi qui da noi hanno rami tramati di verde” queste parole di una antica lirica giapponese mi vengono in mente tutte le volte che vedo, o meglio che ammiro, le sculture in spazi pubblici, in mezzo al verde di Sauro Cavallini. Però le stesse parole mi sono venute in mente anche vedendo la mostra antologica che a poco più di due anni dalla sua scomparsa si tiene in un spazio chiuso a Firenze.

L’associazione che la mia mente fa da sempre tra le forme scultoree di Sauro e i rami dei gelsi tramati di verde in un primo tempo mi sembrava bislacca, assurda, invece riflettendo ho capito che le due immagini hanno una cosa in comune: ambedue nascono da una irrefrenabile forza creatrice, la forza prorompente della natura e quella altrettanto prorompente della mente e del cuore dell’artista. Anche in un ambiente chiuso come quello di una sala espositiva le opere di Sauro sprigionano energia, come se volessero espandersi nello spazio fino ad invaderlo tutto. Non solo le sculture, anche i disegni posseggono nel tratto come nei colori una forza, un’energia e una vitalità che li porta ad estendersi oltre il limite del foglio o della cornice.
La mostra dal titolo Sauro Cavallini-luce e ombra,nella Sala delle Esposizioni dell’Accademia delle Arti del Disegno, propone “l’intera parabola artistica di Cavallini: dalle prime creazioni di grafica degli anni ’60 alle grandi sculture in ferro e bronzo, fino alle tempere dell’ultimo, prolifico periodo”.
Nello spazio esterno all’Accademia delle Arti del Disegno, sotto il porticato tra le volte che si affacciano su Piazza San Marco, sono invece disposte tre sculture monumentali in bronzo, i due “Titani” e il “Ginnasta”, oltre ad un allestimento con i versi che il Maestro pubblicò nel suo libro di poesia Cantici del Mare e della Vita, edito da Polistampa nel 1998.
A Firenze la conoscenza dell’opera di Cavallini può continuare oltre la mostra perché in spazi pubblici sono visibili, alcune opere significative: Il Monumento alla Pace nel parco dell’ex Villa Vittoria oggi Palazzo dei Congressi, la Crocifissione nel cimitero di San Miniato al Monte, la Maternità in Piazza Ferrucci: tutte opere che, nonostante il peso del bronzo, posseggono una forte vitalità e dinamicamente si espandono nell’ambiente naturale oltre la loro forma.
La mostra è visitabile dal 5 al 30 ottobre 2018 nella grande Sala delle Esposizioni dell’Accademia delle Arti del Disegno, in via Ricasoli 68, Firenze.
Graziella Guidotti

sabato 8 settembre 2018

SETTEMBRE IN PIAZZA DELLA PASSERA


Dopo un anno di pausa torna SETTEMBRE IN PIAZZA DELLA PASSERA la manifestazione, tanto amata dai fiorentini e anche dai non fiorentini, che animerà uno degli angoli più caratteristici dell’oltrarno fiorentino.
Il Festival, che si tiene quest’anno dall’11 al 14 settembre, ideato da Stefano di Puccio e organizzato dalla Trattoria 4 leoni e dall’associazione culturale In Piazza, direzione artistica di Alessandro Di Puccio in collaborazione con Momy Manetti, rappresenta una vera e propria istituzione tra gli eventi musicali fiorentini.
Cominciò nel 1995, racconta  Stefano di Puccio, quando la Trattoria aprì che sentimmo l’esigenza di far vivere la piazza e cominciammo con la festa della rificolona; successivamente ci siamo strutturati, siamo diventati un’associazione culturale e abbiamo moltiplicato gli eventi.

PROGRAMMA
Novità di quest’anno il format “Giovani in piazza” realizzato in collaborazione con il dipartimento jazz dell’Accademia Musicale di Firenze che permetterà ai giovani talenti di aprire la serata. Il programma prevede quindi due concerti a sera.
L’11 settembre alle ore 19.00 apre le danze del festival, la sezione Giovani in piazza con un ensemble di cinque elementi ICARUS 5tet
Segue alle 21.00 la serata dedicata a Chet Baker con l’introduzione del critico musicale Francesco Martinelli che ripercorrerà le principali tappe della vita e della carriera di uno dei più grandi poeti che la storia del jazz abbia mai espresso. Prosegue con il concerto degli Echoes of Poetry cinque tra i più grandi artisti italiani riuniti per questa occasione: Fulvio Sigurtà alla tromba, Stefano Onorati al piano, Stefano Senni al contrabbasso, Walter Paoli alla batteria e Mads Mathias alla voce, ci proporranno alcuni di quegli standard che la voce e la tromba di Baker hanno trasformato in capolavori musicali destinati a “eterna memoria”.
Per leggere bene il PROGRAMMA tasto destro / Apri link in un'altra finestra
Mercoledì 12 settembre al concerto delle 19 segue, alle 21.30,  gli Alkaline Trio, ovvero Alessandro Fabbri alla batteria, Alberto Marsico all’organo Hammond e alla voce, Alessandro di Puccio al vibrafono.
Giovedì 13 settembre, sempre dopo Giovani in piazza, alle ore 21.30, sarà il turno della Leggera Electric Folk Band, una formazione unica nel suo genere in Toscana e non solo, che unisce la potenza del rock alla poesia della musica popolare. La band è composta da Marina Nucciotti (voce), Gianmarco Nucciotti (voce, chitarre elettrica, banjo, armonica), Ivano Rossi (sax contralto), Marco Pericci (sax tenore, clarinetto), Matteo Benedettelli (fisarmonica, tastiere e sintetizzatore), Francesco Cencini (basso) e Dario Rossi (batteria). Una serata all’insegna del divertimento con questi “apprendisti stregoni che hanno l’ardire di miscelare raggae jamaicano e stornelli da osteria. Il concerto sarà accompagnato da un videoclip che vede alla regia Andrea Muzzi.

Infine, grande attesa per la serata di chiusura del festival, venerdì 14 settembre, che vedrà ospite uno degli artisti più affezionati della rassegna: Dre Love and The Band, a partire dalle ore 21.30, ci offriranno un’esperienza autentica di Funk, Soul e Hip Hop. Andre Halyard nasce nel Queens, a New York, e fin da giovanissimo è affascinato dalla hip hop culture in tutte le sue forme: dal rap al beatmaking, dalla breakdance al turntablism.