giovedì 10 maggio 2018

ANTONIO MANZI DONA UN AUTORITRATTO AGLI UFFIZI


È stato donato alle Gallerie degli Uffizi l’autoritratto di Antonio Manzi, artista autodidatta, nato a Montella, in provincia di Avellino nel 1953 ma fiorentino di adozione dal ’57. Si allarga così la prestigiosa collezione iniziata dal cardinal Leopoldo de’ Medici, che mise insieme 80 autoritratti di celebri pittori. Da allora la raccolta degli Uffizi è diventata la più grande al mondo, e oggi le opere sono oltre 1500. Naturalmente molte di esse – non solo dipinti, ma anche sculture e carte - sostano nei depositi per l’impossibilità di esporli tutti. Nel 1973 il soprintendente Luciano Berti ne fece esporre 715 (dei 1040 che si contavano a quella data) nel Corridoio Vasariano, e dall’inverno prossimo una ricca selezione della prestigiosa raccolta sarà aperta al pubblico al primo piano degli Uffizi.


Si contano sette occhi nell’autoritratto di Antonio Manzi, opera certamente fuori dagli schemi se ci si aspetta una somiglianza somatica o un suo riflesso: e tuttavia in essa “ritorna – come ha scritto Lorena Gava nel luglio del 2016 – l’incorreggibile, portentosa vis comunicativa del tratto, del ritmo in una pirotecnica, vorticistica e magnetica esaltazione cromatica”.

Se un autoritratto è il genere nel quale comunque, sia esso realistico oppure no, meglio si intrecciano i fili complessi dei dolori e delle gioie, delle privazioni e degli eccessi, questo di Antonio Manzi diventa metafora della sua personalità e mette in chiaro, senza filtri né pudori, i tratti ruvidi e dolorosi della sua travagliata esistenza..

Nel 2007, all’interno del complesso di Villa Rucellai, a Campi Bisenzio (FI), gli è stato dedicato il Museo Antonio Manzi che contiene 130 opere del Maestro realizzate con diverse tecniche e vari materiali.

mercoledì 11 aprile 2018

GIULIANO GHELLI INEDITO

Indica paesaggi, 1974
Dal 7 aprile al 20 maggio 2018, la Sala del Basolato di Fiesole (Firenze) ospita, “GIULIANO GHELLI INEDITO. Gioco e forma in opere dal 1963 al 1983 nel clima fiorentino contemporaneo”. Una mostra, a cura di Mirella Branca, che ricorda l’artista toscano, scomparso nel 2014, attraverso una cinquantina di opere, dagli esordi negli anni Sessanta, in cui abbracciò le tendenze pop dell’arte italiana ed internazionale dell’epoca, sino agli inizi degli anni Ottanta.


Giuliano Ghelli
Giuliano Ghelli, nato a Firenze nel 1944, intraprese i primi passi nel mondo dell’arte all'inizio del Sessanta, negli anni del cosiddetto “miracolo economico”, momento di trasformazione profonda della società italiana. Si configura una nuova idea di arte, proiettata nella contemporaneità attraverso una straordinaria proposta di linguaggi espressivi, materie e forme quando il paese si apre alla cultura di massa, nel contesto di una totale fiducia nella tecnologia.
In questo quadro storico l’artista partecipa, alle tendenze artistiche del periodo pur in modo assolutamente individuale.

Inventario, 1971
La mostra fiesolana intende dimostrare la coerenza di Ghelli, rivolta verso la realtà ma in chiave fantastica, stimolata tra l’altro dal mondo della fantascienza, importante nell'Italia dell’epoca. Lo attestano le opere che si riferiscono al mondo dei robot dei romanzi di Isaac Asimov. In esse si afferma un linguaggio “fatto di lettere o cerchi, segni o forme libere stese a piatto, giunture meccaniche e dinamiche frecce direzionali, colori intenzionalmente privi del loro carattere pittorico, richiamo piuttosto al mondo industriale, in contrasti ora delicati ora più vivi.
Ne emerge un mondo personale tendente all'astratto, dove larga parte hanno il gioco, lo humour e il trascendere la tela, secondo quanto ormai ben presente nell'arte italiana dopo il Futurismo”.
Nella realizzazione di sagome colorate, quasi dotate di vita autonoma e divenute forme oggettuali, si trova un’altra caratteristica del linguaggio di Ghelli, quella della capacità di un racconto favolistico, che si articola nello snodarsi delle forme. Come per esempio nei suoi Portapaesaggi, fatti di ruote, segnali stradali, binari, grattacieli: un mondo reale che si trasforma in fantastico.

Nuove poesie, 1973
In quegli anni Giuliano Ghelli è stato recensito da voci critiche di grande rilievo, da Lara-Vinca Masini, in chiave molto poetica, a Aldo Passoni.
Con Vinicio Berti, legato al mondo del fumetto come Ghelli a quello robotico, si istaura poi un legame speciale che unisce ambedue gli artisti verso l’interesse per la cultura popolare. Lo sguardo rivolto oltre la realtà ad un mondo fiabesco segnato dalle suggestioni della tecnologia.
Insieme ai lavori di Giuliano Ghelli saranno esposte opere di altri artisti a lui contemporanei: Valerio Adami, Luca Alinari, Vinicio Berti, Antonio Bueno, Pietro Gentili, Sebastian Matta, Gastone Novelli, Vittorio Tolu.
Il catalogo, edito da Polistampa, include testi di Mirella Branca, Lara-Vinca Masini e Barbara Casalini, Assessore alla Cultura del Comune di Fiesole.
Patrizia Casini, Graziella Guidotti


martedì 10 aprile 2018

A San Gimignano MAN RAY Wonderful visions

Violon d’Ingres (Kiki), 1924
Oltre cento immagini fotografiche di Man Ray, in mostra alla Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di San Gimignano, dall’8 aprile al 7 ottobre 2018, ci consentono di rileggere il lavoro fotografico di uno dei più significativi artisti del XX secolo.
Artista poliedrico e innovatore che fa emergere nella fotografia tutta la sua creatività e la sua voglia di sperimentare.
Man Ray, al secolo Emmanuel Radnitzky proviene da una famiglia russa di origini ebraiche e vive a cavallo tra Ottocento e Novecento, nel periodo più dinamico e ricco di avvenimenti e di profondi cambiamenti nel campo artistico, storico e sociale.
Conosce Duchamp e Picabia e insieme a loro getta le basi del pensiero che resta ancora adesso il fondamento sul quale gli artisti di oggi lavorano.

L’Enigma di Isidore Ducasse, 1920
La mostra segue un andamento cronologico, immagini dal 1920 al 1950, per rimandare non ai generi e alle funzioni ma a quell'unico sguardo da cui nascono realmente le sue immagini.
Tra le foto del 1920 troviamo L’Enigma di Isidore Ducasse: la rappresentazione di qualcosa avvolto in una coperta e legato con della corda. Questa immagine anticiperà la citazione del poeta Lautréamont, il cui pseudonimo Isidore Ducasse, e risulterà una delle citazioni preferite dei surrealisti “bello come l’incontro fortuito di una macchina da cucire e di un ombrello su un tavolo di anatomia”.
Andrè Breton, 1929 circa
A Parigi negli anni Venti del Novecento Man Ray diventa il fotografo del gruppo Surrealista e il primo grande creatore fotografico surrealista ma senza mai identificarsi completamente con il gruppo.
Sperimentatore instancabile, ha reinventato tutto ciò che ha toccato così come ha rielaborato l’invenzione dei readymades dell’amico Marcel Duchamp, trasformandoli in “oggetti d’affezione”, altrettanto ha trasformato la fotografia in “fotografia d’affezione”, cioè a funzionamento simbolico invece che pura registrazione della realtà. Ogni soggetto che ha fotografato ha saputo trasformarlo, trasfigurarlo, caricarlo di senso proprio: tutto il percorso di Man Ray è rappresentato dalla “visionarietà” riesce a vedere sempre qualcosa di diverso dal reale.
Noire et blanche, 1926
La presenza femminile ha un valore importante per il fotografo, tra l’altro grande amatore, che rappresenterà la donna in pose e inquadrature particolari e nuove per l’epoca.
Anche nel campo della moda è un innovatore vanta collaborazioni con stilisti come Paul Poiret e Coco Chanel e con le più grandi riviste di moda da Harper’s Bazaar a Vogue. Basta un copricapo incongruo, un gioiello simbolico e allusivo, una posa o una posizione estraniata ed estraniante e nella foto e tutta l’atmosfera cambia.

Autoportrait, 1931
Rivoluzionario anche nella tecnica utilizza la solarizzazione che consiste nel riesporre il negativo, non ancora fissato, a un lampo di luce la quale va a reilluminare le zone delle ombre, per cui c’è luce fin dentro l’ombra, con un effetto di aura o di isolamento o distorsione della figura sullo sfondo – non di opposizione ma di continuità, come Breton auspicava tra la veglia e il sonno del “Manifesto” Surrealista.
Utilizza inoltre la sovraimpressione e una sorta di sovraproiezione con le quali crea effetti di sdoppiamento particolarmente nuovi e interessanti.

Un artista dalla personalità variegata e multiforme ma ciò che accomuna e lega la sua opera in un unico gesto creativo è lo sguardo, quello che trasforma tutto in “meravigliose visioni”.
Patrizia Casini


Juliet, 1942
Marcel Duchamp déguisé en Rrose Sélavy, 1921

SAVIA NON FUI. DANTE E SAPÌA TRA LETTERATURA E ARTE

A. Malatesta Dante incontra Sapìa nel Purgatorio 1839 ca.
Dal 7 aprile al 27 ottobre il Museo San Pietro a Colle di Val d’Elsa ospita la mostra SAVIA NON FUI. DANTE E SAPÌA TRA LETTERATURA E ARTE. L’esposizione promossa dal Comune di Colle di Val d’Elsa e dall’Arcidiocesi di Siena, Colle di Val d’Elsa, Montalcino con la partecipazione e organizzazione di Opera Civita, fa parte di una serie di eventi per festeggiare  il 750° anniversario della Battaglia di Colle.

Sapìa, gentildonna senese nata Salvaniprotagonista del canto XIII del Purgatorio di Dante, viene condannata dal poeta per aver sperato nella sconfitta dei propri concittadini, le truppe senesi capitanate da Provenzano Salvani, nella Battaglia di Colle. “Questo ci consente – sostiene Anna Maria Cotoloni, Assessore alle politiche culturali del Comune di Colle - di legare questa mostra alla nostra terra, alla nostra città, a quella lontana battaglia che segnò una svolta storica sia nello sviluppo della città che nel modo stesso di condurre lo scontro armato. Fu la sconfitta della cavalleria pesante di fronte alle umili, ma più efficaci, armi della popolazione”.
G.Doré Dante incontra Sapìa nel Purgatorio
Parigi, Hachette, 1868

Amos Cassioli, Provenzano Salvani 
nella Piazza del Campo 1873
Negli spazi del Museo San Pietro che, poco più di un anno fa, dopo importanti lavori di ristrutturazione è stato riconsegnato alla città di Colle, si raccolgono le testimonianze di miniatori, incisori, scultori e pittori, interpreti di una figura non convenzionale, Sapìa, che per i caratteri di umana fragilità con cui è delineata, può considerarsi una sorta di antieroina della storia medievale senese.

Fra coloro che hanno tramandato l’immagine del personaggio il pittore modenese Adeodato Malatesta, il grande incisore francese Gustave Doré, lo scultore senese Fulvio Corsini e l’artista romano Emilio Ambron autore di uno straordinario ciclo nel palazzo Chigi Saracini a Siena, commissionato dal conte Guido.

Gino Terreni, Provenzano Salvani bozzetto preparatorio
per la pittura muraria di Castel Bigozzi, Monteriggioni 1996
Questa iniziativa, è anche l’occasione per esporre le opere raffiguranti questa tematica dipinte da Gino Terreni (Empoli, 1925-2015), poliedrico artista afferente all’Espressionismo, e generosamente donate dagli eredi al Comune di Colle. La sua visione di Sapìa è quella di una figura nuda che infierisce, con toni teatrali e angosciosi, contro i suoi concittadini. Un dramma femminile che si riscontra anche nelle donne sugli spalti che assistono allo scontro tra le truppe senesi e fiorentine nella piana di San Marziale.

Il percorso espositivo e il catalogo sono curati da Marilena Caciorgna, docente di Iconografia e tradizione classica dell’Università di Siena, e da Marcello Ciccuto, professore di letteratura italiana dell’Università di Pisa e presidente della Società Dantesca Italiana che ha il compito di promuovere studi scientifici, edizioni e manifestazioni sull’opera del sommo poeta.
Antonio Salvetti, Bastione di Sapia, 1929 






sabato 31 marzo 2018

VENTAGLI COLLEZIONE D'ARTISTA


Si inaugura a Cecina il prossimo 31 marzo la mostra VENTAGLI, CREAZIONI D’ARTISTA.
Una selezione di novanta pezzi provenienti dalla collezione di Luisa Moradei, studiosa e collezionista fiorentina, saranno esposti negli spazi della Fondazione Culturale Hermann Geiger in piazza Guerrazzi 32.

Patrizia Borgi, Terra e vento, 2011
In questa esposizione il ventaglio risulta liberato dalla sua funzionalità. Gli artisti, dai grandi nomi a quelli emergenti, hanno reinterpretato ognuno con il proprio linguaggio l’oggetto che nel tempo ha assunto vari significati espressivi, attribuendogli una funzione meramente artistica.
In origine strumento di uso pratico quotidiano si è trasformato successivamente, in particolare alla fine del Settecento, fino ad assumere, in certi casi, connotazioni artistiche.
Per tutto il ‘700 e l’800 è diventato un accessorio fondamentale nel guardaroba femminile e comunque utilizzato anche dal mondo maschile come si vede nel film il Gattopardo di Luchino Visconti dove un uomo ha in mano un ventaglio nero.
Patrizia Casini, Voilà le voile 2017
I pittori impressionisti, influenzati dall’arte giapponese, dilagante alla fine dell’800, realizzano piccoli dipinti sui ventagli da donare al gentil sesso.
Durante la Belle Epoque diventa testimone di dediche su cui i poeti scrivono poesie sempre destinate alle loro dame un esempio quello di Mallarmé con la poesia Autre éventail de Mademoiselle Mallarmé.
Questa tradizione del regalo del ventaglio ha suggestionato Luisa Moradei dandole l’idea di collaborare prima con poeti e poi con artisti che le hanno donato i ventagli reinterpretandone la funzione fino ad andare ad utilizzare materiali che ne rendono impossibile l’utilizzo originario.
Simon Benetton, Senza Titolo, 2011
Simon Benetton con la sua scultura in ferro, Elio Marchegiani con le sue armoniose grammature, Emilio Isgrò con le tipiche cancellature, Graziella Guidotti e Patrizia Casini con inusuali intrecci tessili ricchi di colore e chiaroscuro.
Negli occhi di Luisa Moradei si vede l’amore e la passione che ha messo nel realizzare questa raccolta, passione nata da bambina da un regalo della nonna ed evolutasi in una collezione particolare, creativa e fantasiosa dove il filo conduttore resta la reinterpretazione del ventaglio, ma lo spazio della fantasia è smisurato.
Cassio Manismi
Graziella Guidotti, 2011
VENTAGLI CREAZIONI D’ARTISTA
31 marzo - 13 maggio 2018
Fondazione Culturale Hermann Geiger
Piazza Guerrazzi 32 Cecina – Livorno

LA FONDAZIONE
La Fondazione Culturale Hermann Geiger si è costituita il 19 febbraio 2009.
Il nome della Fondazione rende omaggio al farmacista e omeopata svizzero Hermann Geiger, cui si deve
Un’importante attività imprenditoriale in campo farmaceutico, estesa nel corso di quasi tutto il Novecento a un ambito di diffusione internazionale. Gli eredi, da tempo impegnati in iniziative legate alla filantropia e all’elevazione della persona umana, hanno deciso di destinare parte del proprio patrimonio allo sviluppo di progetti coerenti con le attività statutarie, che riflettono gli indirizzi di intervento e i valori etici cui la Fondazione stessa è ispirata.
La Fondazione ha Io scopo principale di diffondere e valorizzare i contatti e gli scambi socioculturali in tutti i campi delle attività umane.
Elio Marchegiani, Inservibile ventaglio, 2017
Indica come principio ispiratore per le proprie attività la cultura della vita e della pace, la promozione e il miglioramento dei rapporti tra gli esseri umani e le nazioni, e in generale il progresso etico-morale dell’umane.
Le aree di intervento per lo sviluppo di attività, progetti e iniziative sono:
- promozione sociale
- attività culturali
- valorizzazione del territorio (beni culturali e risorse ambientali)
- didattica e formazione
Sebbene il raggio di azione abbia il proprio punto di origine nella sede di Cecina, in Toscana, l’ambito territoriale delle attività della Fondazione Geiger non ha aprioristicamente confini regionali né nazionali. Lo sguardo di interesse si estende ad azioni, interventi, sinergie e collaborazioni che possano coinvolgere interlocutori di livello in qualunque parte del mondo, una realtà globale oggi fortemente interconnessa dagli odierni mezzi di comunicazione.

mercoledì 28 marzo 2018

NASCE A FIRENZE LA COLLEZIONE ROBERTO CASAMONTI


Firenze, culla del Rinascimento, dal 25 marzo ha una nuova sede d’eccellenza per l’arte moderna e contemporanea: palazzo Bartolini Salimbeni.

Il palazzo, attentamente restaurato, accoglie una selezione tra le opere che sono state raccolte da Roberto Casamonti nella sua lunga attività di gallerista e amante dell’arte, le più significative le ha destinate a questo spazio creando la “COLLEZIONE ROBERTO CASAMONTI”.
Collezionista e gallerista ha saputo scegliere, in quarant'anni di appassionate ricerche, dipinti e sculture creando un corpus eccezionale che rappresenta l’evoluzione storico artistica dell’intero XX secolo.

Casamonti sostiene di avere avuto la fortuna di acquisire opere, oggi diventate inaccessibili come per esempio quelle di Fontana, quando costavano solo qualche centinaia di migliaia di Lire ma in realtà questa fortuna è frutto di una passione, di una cultura e di una lungimiranza che caratterizza l’uomo.

La Collezione si sviluppa  in due grandi nuclei il primo composto da circa un centinaio di opere di artisti tra cui Boldini, Casorati, Picasso, de Chirico, Fontana e molti altri e comprende un’epoca che va dagli esordi del Novecento fino ai primi anni Sessanta, il secondo nucleo dagli anni Sessanta fino ai giorni nostri.
La Collezione sarà proposta appunto per sezioni, il primo nucleo dal 25 marzo 2018 fino alla primavera del 2019 e a seguire il secondo.
Di questa collezione fanno parte pezzi che Casamonti non intende alienare infatti contrariamente alle sue Gallerie d’arte le opere esposte a Palazzo Bartolini Salimbeni non saranno più in vendita e come sottolinea lui stesso “si prova gioia quando si comprano i quadri, non quando si vendono”.


L’Associazione per l’Arte e la Cultura, denominata “Collezione Roberto Casamonti” si propone l’obiettivo di organizzare mostre ed eventi multidisciplinari finalizzati a valorizzare il dialogo tra le arti con la sola motivazione di animare il dibattito culturale che interessa l’arte moderna e contemporanea.

“La nascita dell’Associazione – evidenzia Roberto Casamonti –sancisce il punto di arrivo di una lunga storia che attraversa e caratterizza la mia famiglia, raccontandosi oggi per mezzo del linguaggio vivo dell’arte. Ho pensato di voler condividere con la città di Firenze, alla quale sono da sempre affettivamente legato, la mia collezione per poter fare in modo che i valori di cui l’arte è portatrice possano essere condizioni non esclusive ma pubblicamente condivise. Sono fortemente convinto del potenziale educativo dell’arte, in grado di strutturare ed educare il pensiero, l’animo e la consistenza del nostro vivere. Perché anch'io sono convinto che la bellezza sia in grado di salvare il mondo, come affermava Dostoevskij”.
Patrizia Casini

PALAZZO BARTOLINI SALIMBENI Il capolavoro di Baccio d'AgnoIo

A ormai cinquecento anni dalla sua costruzione, il rinascimentale Palazzo Bartolini Salimbeni, collocato nel cuore della città in uno straordinario contesto urbanistico, può essere sicuramente considerato uno dei più celebrati edifici privati di Firenze. La nascita della dimora, tuttavia, fu contraddistinta da un'aura di polemica. Alludiamo alle critiche e al sarcasmo tipicamente fiorentini che, come ci ricordano vari storici a partire da Giorgio Vasari, investirono il palazzo e soprattutto l'architetto Baccio d'Agnolo (1462-1543), subito dopo la costruzione. Motivo per le stilettate dei detrattori di cinque secoli fa, presto messi a tacere da un crescente apprezzamento, fu in quel caso la novità del progetto, che riformava radicalmente la tradizione architettonica locale. L'artefice arrivò a difendere la propria opera apponendo la celebre iscrizione che corre in magnifici caratteri lapidari latini sopra il portone d'ingresso: "CARPÉRE PROMPTIVS QVAM IMITARl" (è più facile criticare che imitare).
Ad accendere la polemica in quei lontani ultimi anni della Repubblica fiorentina fu, come indicato, l'originalità di una facciata che introduceva in città innovativi spunti architettonici impiegati in quegli anni a Roma in particolare da Raffaello, ad esempio nel magnifico fronte del perduto Palazzo Branconio. Le soluzioni che Baccio andrà ad adottare, responsabili dell'aulico classicismo dell'insieme, si possono sommariamente riassumere nell'introduzione del portale architravato, delle finestre timpanate, di nicchie destinate ad accogliere statue, di cornici marcapiano decorate dall’impresa di famiglia, e del robusto
cornicione aggettante. Una ricchezza esornativa che abbandonava lo schema seguito dai più importanti palazzi costruiti in precedenza -severi edifici-fortezza con largo uso di bugnato come le residenze dei Medici e degli Strozzi- accogliendo motivi, pensarono i detrattori, più consoni ad un edificio di culto che ad una dimora privata. Ancora qualche anno e, in età ducale, questo fasto privato ispirato alla classicità non avrebbe più stupito nessuno. Baccio d'Agnolo, già artefice di vari e importanti interventi in città, sia come intagliatore e scultore che come architetto, ricevette la commissione da Giovanni Bartolini Salimbeni (1472-1544), priore e provveditore della zecca. Per quest'ultimo lo stesso aveva qualche tempo prima edificato il Casino di Gualfonda, splendida villa urbana a ridosso della cerchia muraria cittadina. Per far posto al palazzo, realizzato in appena tre anni, sparirono otto botteghe, due case e un'osteria, la Locanda del Cammello, preesistenze che condizioneranno, come positivo stimolo, il progetto.
A segnalare al passante la proprietà dell'edificio, oltre al leone posto ai lati della facciata, arme dei Bartolini Salimbeni, campeggiava l'impresa gentilizia con i celebri tre ovari di papavero attorniati da un nastro e racchiusi da un anello, accompagnata nei bracci orizzontali della finestra crociata - reminiscenza quest'ultima del Quattrocento romano - dal motto inciso "per non dormire". L’iscrizione, allusiva alle proprietà soporifere della pianta, si ripete in altri luoghi del palazzo, come nei graffiti di Andrea di Cosimo Feltrini (1477-1548) che adornano l'elegante corte interna, caratterizzata su due lati - un terzo è tamponato - da un arioso loggiato, e si ritrovava un tempo anche ripetuta negli arredi, come nella magnifica ghirlanda di Luca della Robbia il Giovane attualmente al Bargello. Questo splendido manufatto, incentrato sull'impresa di famiglia, si trovava in origine nel sotto della loggetta prospiciente la corte interna che corre su un lato del primo piano.
Gli ampi spazi all’interno, come l'imponente salone al primo piano, presentano pregevoli arredi come il monumentale camino o il sotto tetto ligneo a cassettoni di Giuliano di Baccio d'Agnolo. Ma l'opera d'arte più bella è forse quella che si ammira dai tre affacci sulla splendida piazza dove sorge il palazzo. Piazza Santa Trinita, con l'elegante facciata buontalentiana della chiesa che le dà il nome, il severo trecentesco Palazzo Spini poi Feroni, la rinascimentale residenza dei Buondelmonti con la magnifica altana. A marcare il
centro dello slargo, si erge la Colonna della Giustizia, regalo di Pio IV al duca Cosimo l, reperto monumentale proveniente dalle Terme romane di Caracalla, giunto a Firenze nel 1563 attraverso mille peripezie, coronato alcuni anni dopo dalla statua della Giustizia in porfido dei Del Tadda. ll monolito, ammirabile dal palazzo in uno scorcio indimenticabile, segnava una delle tappe del percorso trionfale che, iniziando da Porta Romana, penetrava all’interno della città. L’itinerario toccava piazza San Felice, con l'omonima colonna, via Maggio, per poi giungere alla nostra piazza attraversando l'Arno al Ponte Santa Trinita, capolavoro dell'Ammannati impreziosito dalle marmoree Allegorie delle Stagioni. Rimasto adibito ad abitazione della famiglia che lo fece costruire fino agli inizi dell'Ottocento, l'edificio divenne poi un celebre albergo, l'Hotel du Nord, frequentato dai più facoltosi visitatori della città, cosi come l'Hotel de I'Europe, ospitato nel vicino Palazzo Spini Feroni. La presenza del Gabinetto Viesseux, prediletto ritrovo di artisti e intellettuali in Palazzo Buondelmonti, rendeva quest'area forse il luogo più internazionale della città. Restaurato nella seconda metà del Novecento, Palazzo Bartolini Salimbeni accoglie oggi, al primo piano, uno spazio museale adibito ad eventi culturali. Oltre ad una rara occasione di incontro con l'arte moderna, una possibilità di visitare uno spazio di grande fascino, finalmente offerto alla città.


PIERO DELLA FRANCESCA. LA SEDUZIONE DELLA PROSPETTIVA

Il 25 marzo presso il Museo Civico di Sansepolcro, in concomitanza con la presentazione dei restauri della Resurrezione di Piero della Francesca, apre al pubblico la mostra PIERO DELLA FRANCESCA. LA SEDUZIONE DELLA PROSPETTIVA.
Il progetto espositivo, che si articola intorno al De prospectiva pingendi, trattato concepito da Piero della Francesca intorno al 1475, ha anche l’obiettivo di illustrare, attraverso riproduzioni di disegni, modelli prospettici, strumenti scientifici, plaquette e video, le ricerche matematiche applicate alla pittura di Piero e la conseguente eredità lasciata ad artisti come Leonardo da Vinci, Albrecht Dürer, Daniele Barbaro e ai teorici della prospettiva almeno fino alla metà del Cinquecento.

La mostra rivela al pubblico le due anime di Piero della Francesca: raffinato pittore e grande matematico. Oltre ad essere Maestro d’abaco, geometra euclideo, studioso di Archimede, Piero è stato anche un innovatore nel campo della pittura poiché per lui, quest’ultima, nella matematica e nella geometria, trovava il suo sostanziale fondamento. I suoi scritti, infine, soprattutto il De prospectiva pingendi, scritto in volgare per gli artisti e in latino per gli umanisti, hanno dato inizio alla codificazione della prospettiva rinascimentale.

La Mostra è suddivisa in otto sezioni che approfondiscono gli studi affrontati da Piero nel corso della sua vita.
Nella prima sezione La prospettiva tra arte e matematica, è mostrato che il De Prospectiva Pingendi è il primo trattato sistematico di prospettiva interamente illustrata.
Nella seconda sezione I principi geometrici, si analizza la relazione di Piero con Firenze, città dove già le opere di Donatello e Masaccio manifestavano la straordinaria innovazione figurativa di Filippo Brunelleschi, con l’invenzione della prospettiva lineare.
Nella terza sezione Le regole del disegno prospettico, attraverso modelli e disegni si comprende che Piero fu il primo a scrivere veramente per gli artisti, infatti corredò ampiamente il trattato di numerosi disegni, estremamente precisi, puliti e di straordinaria finezza.
Nella sezione I corpi geometrici, viene approfondita la relazione tra Piero e il matematico Luca Pacioli. Qui è analizzato il celebre ritratto del matematico, dipinto attribuito a Jacopo de' Barbari.
Con la sezione I maestri della prospettiva, si comprende come, attraverso la frequenza con cui i disegni di Piero appaiono nelle tarsie del Quattrocento e l’amicizia che legava il pittore ai famosi intarsiatori Lorenzo e Cristoforo Canozzi da Lendinara, l’arte dei legnaioli fu una delle prime aree di diffusione del De prospectiva pingendi.
Nella sesta sezione Il disegno di architettura: ichnographia, orthographia, scaenographia si pone l’attenzione sull’interesse per il disegno architettonico. Per Piero un buon pittore doveva possibilmente essere anche un buon architetto o, almeno, conoscere dell’architettura tutto ciò che riguardava il disegno degli ornamenti, dalle proporzioni alla sintassi degli ordini classici.
Nella sezione La figura umana, si può comprendere come Piero abbia risolto uno degli esercizi prospettici più complessi che si possano immaginare: il disegno prospettico della testa umana. Per risolvere il problema Piero immagina la testa come un solido geometrico, sezionandola con piani meridiani e paralleli, quasi come fosse un globo terrestre.
L’ultima sezione Gli inganni della visione, analizza, infine, gli studi di Piero sugli inganni della visione e gli effetti bizzarri della rappresentazione causati dalla forzatura del rapporto tra occhio e distanza di osservazione, portando Piero a terminare il trattato con alcuni esercizi che anticipano gli sviluppi dell’anamorfosi.

Piero Della Francesca. La seduzione della prospettiva
Sansepolcro, Museo Civico di Sansepolcro
25 marzo 2018 – 6 gennaio 2019
Curatori
Filippo Camerota, Francesco P. Di Teodoro